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The Dontcares Official Website | Big Bongo Records Official Website | ||||||||||||||
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Gran bella sorpresa
mi giunge dal primo full length dei furibondi svedesi The Dontcares. Il
combo scandinavo porta in giro le proprie depravazioni ed un’attitudine
“posseduta” e demoniaca da oramai 7 anni. Così dopo avvicendamenti
vari, la partecipazione ad alcune compilations, tra le quali “A Fist
Full Of Rock’n’Roll, Vol. 11”, ed alcuni 7’’ i
The Dontcares arrivano alla line-up attuale e rilasciano questo “proiettile
impazzito” titolato “Ugly …but well hung” proponendosi
come la punta di diamante della giovane scuderia Big Bongo Records. Rex
Superior (guitar and vocals), Dolt Dolorez (guitar and backing vocals),
Goddamned Daniel (bass and backing vocals) e Kekko the Hitman (drums) eruttano
14 songs brevissime, in un guazzabuglio di stilemi caro, in primis, agli
Zeke ed ulteriormente infarcito e permeato da puntate nella violenza thrash
degli Slayer e dall’impatto dei migliori Motorhead. Si corre tremendamente
veloci nella thrash’n’roll oriented “1-900-555”, si
ripescano alcune caratteristiche degli Entombed più death’n’roll
in “Dodge dart 69”, nella quale fa capolino il growl delle backing
vocals, mentre con la successiva “Drinkin on my own” i The Dontcares
sembrano in tutto e per tutto calcare le orme degli Zeke e di una song quale
“Crossroads” (tratta da “Death Alley” del 2001): batteria
iper veloce, speed killer guitar work e chorus lerci ed incisivi. Lo sballo
totale continua con “See right through you” e con la prestanza
metallica di “Bring out the gimp” fino a quando esplodono le devastanti
“Big bad wolf” e “G.S.B.” sulle quali aleggia incontrastato
lo spirito di Lemmy Killmister e di “Ace of Spades”. C’è
tempo poi per l’anthemica e coinvolgente “Hell in my machine”
alla quale assegno l’oscar quale migliore song di “Ugly…but
well hung”. Lo speed punk thrash’n’roll dei nostri continua
a mietere vittime con “Goddamned to kill” e “Revolution 2003”
fino a quando arriva inaspettata la strumentale “Beating the ball”:
capace di chiudere il lavoro chiamando direttamente in causa gli Slayer
di “Angel of Death” (tratta da “Reign in blood del 1986).
Il messaggio trasmesso da questi demoni svedesi è più o meno
il seguente: non c’importa un fico secco di essere brutti e poco originali,
l’unica cosa che sappiamo fare è essere veloci, sporchi, cattivi
e d’indubbia qualità, senza mai confondere il fracasso fine
a se stesso con la buona musica. Se siete su questa frequenza d’onda
sfodererete, come il sottoscritto, la “mano cornuda!” e l’adrenalina
funesterà per una ventina di minuti abbondanti i vostri corpi, se
non lo siete “we don’t care”!!! Recensione Realizzata da Bruno Rossi. |
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